sabato 21 novembre 2009

L'uomo nuovo 13

11 novembre sabato
Vedovella si svegliò presto, voleva terminare il lavoro iniziato il pomeriggio del venerdì.
Il giorno prima, quando aveva incontrato Cameriere, si apprestava a raggiungere la fermata dell'autobus che l'avrebbe portata al paese vicino. Paese Grande, di cui il villaggio di pescatori era territorio, infatti non era il più vicino e il più comodo per fare delle compere. Raggiunse la fermata in poco tempo e con largo anticipo rispetto all'orario della corsa. Pochi minuti dopo una utilitaria le si fermò davanti e dal finestrino Moglie le chiese se voleva un passaggio, anche loro andavano al mercato settimanale. La ragazza riflettè un attimo e decise di accettare. Il viaggio, breve, si svolse nel quasi totale silenzio, recuperare anni di mancanza di rapporti era difficoltoso. D'altronde in pochi mesi il suo modo di vivere e i suoi rapporti interpersonali erano cambiati quasi in maniera vertiginosa. Arrivati al mercato i tre si avviarono verso i banchi che quasi si apprestavano a chiudere, erano ormai le dodici, era inverno e la gente non era molta. Senza dirsi nulla, le due donne procedevano insieme, Moglie e Cameriere non cercavano nulla in particolare, per loro era un modo per uscire di casa e fare comunque qualcosa di diverso, Vedovella era andata con una idea ben precisa nella mente, anzi, più di una e segretamente era contenta che Moglie fosse con lei. La prima tappa, mentre Cameriere salutava e si distraeva con conoscenti altrettanto annoiati dal dover girovagare tra i banchi del mercato in attesa delle consorti, fu un banco che vendeva articoli per la casa. Vedovella si fermò davanti ad un servizio di piatti completamente bianco, di ceramica. Moglie, senza che le fosse richiesto, espresse il suo parere posando una mano sulla spalla di Vedovella: "Bello, se non ti dispiace lo prendo uguale anche io", Vedovella, nel suo intimo si sentì rassicurata dalla sua scelta e, sorridendo a colei che quasi unica le si era dimostrata amica, le rispose che era contenta che fossero di nuovo insieme. Dopo i piatti acquistarono per Vedovella dei bicchieri, una brocca per l'acqua e delle posate. "Sai, non ho mai lavorato per tanti mesi di seguito e Uomo mi paga bene come mai nessuno ha fatto, ho qualche soldino da parte e vorrei sistemare un po' casa" si giustificò la ragazza sucitando un moto di tenerezza in Moglie. Lasciarono il pacco al banco e procedettero insieme nella visita al mercato. Acquistarono frutta e verdura e piccole altre cose finché non arrivarono da un commerciante di abbigliamento. Qui Vedovella scelse tante cose. Una gonna, un paio di pantaloni, due maglioncini, due reggiseni, delle mutandine e un cappotto nuovo, bello e moderno. Il tutto con il consiglio e la supervisione di Moglie che era quasi più felice della ragazza stessa. Presero il voluminoso pacco e si diressero verso il banco di casalinghi cariche come due muli, videro Cameriere e lo incaricarono di prendere le stoviglie nuove che erano pesanti. L'uomo non disse una parola, si avviò verso la macchina e caricò tutto nel bagagliaio. Un piccolo pensiero malizioso gli attraversò la mente e lo fece sorridere.
La ragazza terminò di sistemare i suoi acquisti, uscì di casa per recarsi al lavoro.

Uomo si alzò più tardi del solito nonostante la sera prima si fosse coricato presto. Ripetè le solite cose mattutine e si mise al lavoro davanti al computer. Riprese a leggere il racconto di Roberto che si era interrotto all'arrivo, imprevisto e imprevedibile, di Ottavia.

Era da tempo che non la vedeva , ma gli sembrava di non averla mai persa di vista, nemmeno un minuto. La osservava con i suoi amici e forte un sentimento di invidia e gelosia lo assalì, rimase un attimo stupito dal suo essere geloso. Ottavia gli piaceva, ormai da tempo la guardava e ne apprezzava la sua discrezione, la gentilezza, la capacità di ascoltare. Gli piacevano le sue mani, stranamente era la prima cosa che guardava in una donna, le gambe, il seno, il viso, gli piaceva tutta. Gli occhi dell'amore non fanno vedere difetti. Un senso di vertigine lo prese, si allontanò con una scusa banale per riprendere il controllo di sé. Ma fu tutto vano. Un'altra forte emozione lo colpì violentemente. Vide Caterina che si allontanava, ma non da sola, in compagnia di una persona semisconosciuta. Prese una strada diversa da quella della moglie, si accese una sigaretta e camminò nella calda serata che declinava verso notte. Come al solito le stelle erano splendenti, erano anni che non si soffermava ad osservarle. Ricordò quando in gioventù, con altri amici, faceva l'alba per vederle con un piccolo telescopio. Quale emozione vedere Giove e i suoi anelli e gli altri pianeti. Aspirava voluttuosamente, come si legge spesso, il fumo dalla sigaretta, aveva ripreso il vizio, senza alcun rimorso, con l'insorgere delle difficoltà familiari. Aveva, insomma, aggiunto un problema ai già tanti che lo assillavano. Ma le sue vere difficoltà erano nel cervello, nel cuore. Come una malattia a lenta incubazione, la passione per Ottavia era venuta fuori in tutta la sua virulenza, scuotendone il corpo e la mente. Tornò lentamente indietro verso quella che chiamavano festa, ma cosa c'era da festeggiare? Aveva deciso di dar corso ai suoi sentimenti, e l'emozione lo squassava come quando da bambino affrontava i professori che pretendevano da lui cose che a quel tempo gli sembravano impossibili da capire. Il solo pensiero che l'avrebbe rivista e affrontata gli faceva esplodere il petto. Caterina, ora, era solo un altro problema.
La musica, un orrendo liscio riadattato alle esigenze locali, gli veniva incontro in un crescendo di note pari al suo tumultuoso battito cardiaco, Pensava ad un modo per agganciarla, per poterle parlare. Ripensò tanto a quel momento, ma non seppe ricostruire come fu che se la ritrovò tra le braccia. Ballò quella sera, Roberto, come da anni non faceva. Riassaporava il gusto di una tenerezza dimenticata. Solo poi capì che quei gesti e quella tenerezza per Ottavia non rivestivano lo stesso significato e lo stesso valore che lui, nell'ottusità del momento, aveva voluto loro dare.
A notte fonda si ricordò di Caterina, sua moglie, che, seduta a bordo terrazzo conversava con il suo accompagnatore davanti a un chiaro panorama notturno degno di essere goduto. Tornarono a casa in silenzio come in silenzio andarono a letto. Non c'era più bisogno di parole, era tutto già stato detto.

Il profumo del caffè sembrava salire dalla tastiera del suo portatile, ma più semplicemente arrivava dalla tazzina che, in silenzio, Vedovella aveva poggiato sulla piccola scrivania. Con un sorriso Uomo la guardò esprimendo tutta la sua gratitudine. Insieme con il caffè c'erano alcuni biscotti e i giornali. E c'era anche una seconda tazzina. La ragazza accostò una sedia e prese posto di fronte a Uomo che, nel frattempo aveva salvato il file. Il viso di Vedovella era rilassato, aveva perso quel senso di inquietudine che aveva il giorno prima. Uomo la vedeva forse con occhi diversi, la vedeva con gli occhi di Roberto. La giovane intanto parlava, gli prospettava il menù giornaliero, dato che era occupato avrebbe cucinato anche per la sera e glielo avrebbe lasciato in forno. La conversazione durò il tempo del caffè, ma fu solo al termine che Vedovella disse le cose più importanti: "Vorrei andare via un po' prima oggi. Ho delle piccole cose da fare in paese ed è sabato. Vorrei anche che domani venissi a pranzo da me". Le parole erano uscite come acqua dal rubinetto, senza interruzzioni e impetuose. Uomo, colto di sorpresa non fece altro che balbettare un "Sì, va bene. A che ora?" "Quando vuoi, se le condizioni del tempo resistono, si potrebbe fare una passeggiata fino al mare" "Va bene" disse di nuovo Uomo ripetendo le stesse parole come se avesse un vocabolario estremamente limitato. Ma lo disse con il sorriso sulle labbra. La ragazza lo lasciò augurandogli buon lavoro e tornò alle sue occupazioni in cucina. Lui si accese una sigaretta con un senso di soddisfazione che non capiva da dove gli venisse, mosse il mouse e lo schermo riprese vita e colori lasciando apparire le parole scritte, ormai ne era certo, a più mani della storia di Roberto, e a questo punto, di Ottavia.

Passarono mesi prima che Roberto riuscisse a introdursi di nuovo nel suo mondo. La passione era vissuta come un bulbo d'inverno sotto la terra, protetto dalle intemperie, nutrito dalla pioggia, scaldato dal sole invernale. Ancora non aveva confessato a nessuno, e mai lo avrebbe fatto, i suoi tormenti di anima e cuore. Ottavia era riservata, a volte sembrava timida e succedeva che in alcune situazioni tirasse su un'espressione quasi di sfrontatezza, altre volte parlare con lei voleva dire correre il rischio di fare un monologo. Di certo per Roberto non era facile.

Tutto avvenne in una sera

Roberto era particolarmente giù di corda quella sera, non sapeva perché e non pensava che chi gli fosse vicino potesse accorgersene. Nel lasso di tempo intercorso tra la cena e il nuovo incontro ravvicinato, aveva tentato di metabolizzare il suo sentimento, cercando motivazioni razionali per andare avanti o per fermarsi, si era detto che era una cosa fattibile e giusta; che non aveva il diritto di intromettersi nella vita di Ottavia; che il rapporto con Caterina era ormai agli sgoccioli; che forse doveva, prima di abbandonare tutto, cercare di recuperare il matrimonio; insomma le sue idee non erano tanto chiare, finché non capì che stava tentando di nascondere a se stesso una realtà nuova. Il suo obiettivo era Ottavia, tutto il resto erano parole al vento e rimasugli di una educazione cattolica che non riusciva a scrollarsi di dosso.
Ottavia si era accorta che Roberto era cupo e noioso, e pur sapendo nel suo intimo che si esponeva a un potenziale pericolo, spinse l'uomo a parlare. Lo fece con quella sua dolcezza che fece abbassare la guardia a Roberto invogliandolo a confidarsi. Mai avrebbe pensato di cadere, quella sera stessa in un baratro da cui ancora non riusciva a tirarsi fuori e da cui non si sarebbe mai più tirato fuori.

Uomo si fermò, un po' per riflettere e perché non ne poteva più del puzzo di cicca che gli arrivava al naso e, più prosaicamente, perché aveva una fame da lupi. Nemmeno si era accorto che Vedovella era andata via, ma prestando attenzione, dal forno usciva un invitante profumo di pasta. Sistemò la tavola riflettendo su ciò che stava leggendo e correggendo. Sicuramente qualcuno aveva integrato il racconto con pezzi raccontati da altri e, forse, alcuni brani erano interpretazioni di situazioni vissute in prima persona. Iniziava ad avere qualche idea su chi avesse suggerito e chi realmente avesse scritto le parti mancanti del racconto originale. Mangiava con calma il pasticcio, la crosta ancora tiepida sui cui aveva fatto scendere un'ulteriore, abbondante nevicata di pecorino e parmigiano, lasciatagli da Vedovella. Era veramente buona, chissà cosa lo aspettava a pranzo l'indomani, tenendo conto che era anche domenica. Apprezzò molto anche i broccoletti conditi che assaporò con un pezzetto di groviera. Finì il pranzo con un po' di gelato e l'immancabile caffè. Spicciò, prese i quotidiani, si accese una sigaretta e, pur distratto dal pensiero di Vedovella, si concesse una lunga pausa.

Moglie e Cameriere, dopo essere tornati dalla spesa il giorno precedente, non avevano commentato gli acquisti di Vedovella, si erano solo scambiati un sorriso pieno di significato, sicuramente quello della donna era più romantico del pensiero di Cameriere. Quel sabato mattina, invece, di fronte al caffè mattutino si lasciarono andare. Moglie commentò gli abiti nuovi di Vedovella, i piatti , tutto ciò che aveva comperato e l'occasione che stava creando la ragazza. Era certa che Vedovella la domenica avrebbe avuto un uomo a pranzo e loro sapevano chi, e Moglie, era particolarmente contenta che finalmente la ragazza riaprisse il suo cuore. Mentre Moglie parlava, il cervello di Cameriere pensò che le donne non riescono a tenere nulla per loro, debbono assolutamente parlare. Però non potè fare altro che dare ragione a Moglie, e pensandoci, disse a sua volta, anche il comportamento di Uomo era cambiato. Indipendentemente dal tempo, non si vedeva più tanto spesso per il borgo, non usciva più per prendere la macchina e allontanarsi verso dove lui non sapeva. Lo vedeva sul terrazzo a fumare mentre lui faceva i suoi giri per il paese. Dovettero confessarsi reciprocamente che non avevano nulla da dire sul comportamento di Vedovella, anzi erano contenti per lei.

La ragazza non aveva nulla da fare in paese, aveva solo bisogno di tempo per riordinare la casa, pulire il misero giardinetto davanti l'ingresso e pulire, per quel che poteva il piccolo terreno da cose abbandonate.
Mentre si affannava nei lavori, pensava a quando era piccola e a quando qualche persona estranea veniva a trovare Pescatore e Lavandaia, più Pescatore che Lavandaia. Ricordava un giovane, poco più piccolo di suo padre, che sedeva con lui al tavolo davanti a un fiasco di vino, le venne in mente che i fiaschi non esistevano più, erano anni che non li vedeva, che bevevano a piccoli sorsi mentre parlavano delle difficoltà del mare. Non erano, salvo rari momenti, mai allegri, avevano sempre un cipiglio che a lei bimba mettevano quasi paura. Però ricordava una domenica, poco prima che la sua vita cambiasse e quella dei genitori finisse, che il giovane pescatore era stato invitato a pranzo. Lavandaia aveva fatto anche il dolce, lei che non ne era capace. Non rammentava cosa festeggiassero, ma certamente il piccolo dono che il giovane le aveva fatto. Una confezione di trucchi, sicuramente di poco valore, perché: "Stai diventando donna". Erano le sole parole che riimaste impresse di quel pranzo insieme con il rossore che le aveva coperto le gote, lo sguardo finto severo di Pescatore e il sorriso amorevole di Lavandaia. Pulendo pulendo era giunta sera, la fioca luce della lampadina esterna non permetteva di andare oltre nel lavoro e, tutto sommato, era contenta di ciò che aveva fatto.

Anche Uomo si apprestava ad andare a letto. Il pomeriggio non aveva lavorato alla revisione dello scritto ma aveva letto i giornali, fumato, ascoltato musica e poco prima del tramonto, era uscito per una lunga passeggiata sul lungomare. Era quasi emozionato, nonostante l'età, per il pranzo del giorno dopo. Cosa portare? Un dolce? Dei fiori? Una cosa per la casa? Non era mai stato bravo nella scelta dei doni e poi erano anni che non aveva un'occasione del genere. Optò per una pianta e per un servizio da caffè per due. Sarebbe andato a comperarli la domenica mattina al paese, sperando di trovare un negozio aperto. Tornò a casa, cenò e andò a dormire con un sentimento che non provava da anni.

venerdì 7 agosto 2009

l'uomo nuovo 12

La ragazza salutò cordialmente come al solito, mise su la macchinetta per il caffè ed iniziò a lavorare. Uomo la sbirciava nei suoi movimenti, cosa che anche lei faceva di tanto in tanto, ma non disse nulla sulla sera precedente. Presero il caffè in silenzio e ognuno riprese le proprie occupazioni, si era tornati indietro nel tempo.

Caterina aveva notato un certo cambiamento nel comportamento e nell'umore del marito. Il suo carattere, già di per se soggetto a sbalzi d'umore, era peggiorato. Spesso si chiudeva in un mutismo indisponente. Pensava, Caterina, ai tempi in cui lo aveva conosciuto. Andavano ancora a scuola, per molto tempo fu un rapporto fatto di colloqui occasionali, le comitive erano diverse così come gli interessi. Lui iniziava a farsi conoscere nel quartiere per l'attività politica nel Partito Comunista, aveva capelli lunghi e un gran barbone che lo invecchiava terribilmente, ma un po' di scena serve a coprire molte incertezze interiori. Questo Caterina lo aveva capito subito. Le piaceva parlare con lui, si potevano affrontare argomenti diversi e discutere senza che lui assumesse un atteggiamento condiscendente come ancora accadeva nei rapporti tra sessi diversi. Molte cose iniziavano a cambiare e non tutti erano pronti a "subire" delle vere e proprie rivoluzioni. Il carattere di Roberto non era dei migliori. Gli rimaneva difficile dare il buon giorno a chiunque prima di aver fatto colazione, e non articolava una frase compiuta e lunga se non dopo il pranzo. Nonostante tutto Caterina si era impegnata a sgrezzarlo, opera che era durata a lungo e che le era costata molta fatica, ma poteva ritenersi soddisfatta del lavoro svolto. Dopo anni poteva affrontare una cena tranquillamente senza correre il rischio che lui si rintanasse in un canto a seguire il corso dei pensieri, senza correre il rischio che si limitasse a scambiare solo alcune parole con le poche persone che superavano i suoi rigidi schemi di giudizio. Il suo atteggiamento non faceva che sminuire le sue capacità e possibilità di affrontare la vita con tranquillità. Nei momenti più bui Roberto non parlava, non voleva nessuno vicino e, cosa fondamentale, non voleva che alcuno gli chiedesse "Cosa hai?", la reazione poteva essere imprevedibile. Per il resto aveva un buon carattere ed era disponibile verso tutti, o quasi. Anche lei era cambiata, e lo sapeva. Aveva abbandonato parecchi tratti del suo carattere, era diventata più introversa e meno incline a parlare delle sue cose. Quasi avesse fatto proprie le cosa che aveva limato nel carattere di Roberto.
Il fatto che si fosse resa conto del cambiamento del marito la rese più guardinga, iniziò a parlare sempre meno e se si aggiunge che gli slanci d'affetto erano caduti da entrambe le parti si capisce che il loro rapporto si teneva in piedi per convenzione. Parlavano, tentavano di capire i loro problemi ma erano entrambi reticenti, immancabilmente terminavano dandosi la buonanotte girandosi di spalle. E pensare che il loro rapporto era basato non solo sulla complicità e le affinità culturali e politiche, ma anche su un sano e robusto appetito sessuale che li aveva portati a fare sesso in tutti i luoghi e in tutti i momenti in cui ne avevano sentito il bisogno. Anche i " bassi istinti" erano scemati. Chiedersi perché e per colpa di chi non era interesse di nessuno, in quel momento.

Si, qualcuno aveva integrato le confessioni di Roberto con una descrizione di ciò che era e stava accadendo, Uomo non aveva idea di chi fosse l'altra mano e l'altra testa che scriveva di pari passo con Roberto. In pratica lui non faceva altro che raccordare i testi, fin dove possibile, e essere di conseguenza la terza mano e testa che agiva sul racconto.
Nel frattempo Vedovella aveva terminato i suoi lavori, aveva indossato il cappottino e si era avvicinata alla porta della stanza: "Ho preparato delle verdure al forno e del sugo. Se vuoi il pranzo è pronto, ho anche comperato del pane e del formaggio e anche i giornali. Il conto è sul tavolo. Ci vediamo domani alle nove". A lui non restò altro che la possibilità di dire "Grazie" che già Vedovella era uscita dalla porta.
Sulla strada incontrò Cameriere che tornava dai suoi giri di controllo, si salutarono e ognuno prese la propria strada.
Uomo non si soffermò a pensare a Vedovella e al suo freddo comportamento, rimandò il pranzo e si rimise su Mara.doc. Era ancora la seconda mano che scriveva, che integrava il racconto di Roberto.

Era una calda sera d'agosto, il mare in lontananza riversava sulla collinetta un'aria deliziosa, quasi saporita e profumata. Era una bella serata, indubbiamente, non mancava nemmeno il cielo stellato che si stendeva come una coperta, mancavano solo i Baci Perugina e il quadretto sarebbe stato completo. Però nell'aria aleggiava qualcosa che Roberto sentiva come una forza negativa, una intrusione nella sua vita. La festa aveva riunito quella che lui chiamava "un'accozzaglia di persone senza qualità", non erano rari i suoi giudizi severi sulle persone che frequentava, diverse per censo, cultura, età e che avevano in comune una ragione ideale che sola poteva tenerli insieme, la segreta speranza di un mondo di eguali senza le distinzioni che ancora si portavano dietro come un marchio impresso a fuoco sulla loro pelle. Roberto spesso si chiedeva, con spavento, se fosse stato capace di accettare una società del genere e quando ci rifletteva si sentiva turbato come se stesse tradendo le sue stesse idee. Sicuramente diversi i percorsi che li avevano portati ad essere e a dirsi comunisti, certamente diversi anche i modi con cui avevano smesso di essere e dirsi comunisti.

No, qualcosa non andava, quello che stava leggendo era un pezzo sicuramente aggiunto anni dopo, molti anni dopo. Parlava di avvenimenti nemmeno lontanamente preconizzabili.

Ma forse erano lì tutti insieme perché, segretamente, pensavano se non alla dittatura del proletariato almeno al superamento del capitalismo. Qualcuno alla teoria dei meriti e dei bisogni. e anche chi pensava alla dittatura del proletariato, alle avanguardie e al mostro capitalista. Quella riunione era uno spaccato di un mondo ormai perso, ormai andato in frantumi come una casa scossa da un terremoto e di cui erano caduti i muri lasciando in piedi solo le strutture portanti. Operai con le mani callose e i loro figli lasciati crescere come piccole bestie a cui non erano stati in grado, per incapacità o trascuratezza, di trasmettere valori validi al di là delle ideologie. Piccoli intellettuali che si arrovellavano per spiegare il perché di scelte che contraddicevano ciò che si era portato avanti in tanti anni. Piccoli funzionari che avevano salvato il posto di lavoro rinnegando le idee come altri, più in alto, avevano fatto per salvaguardare scranni ben più importanti e remunerativi. Roberto si sentiva in difficoltà a sentire certi discorsi, così come Caterina, avrebbero voluto rompere quella finta armonia sbattendo in faccia ai loro amici le contraddizioni e le incoerenze dei loro ragionamenti, ma erano solo degli ospiti semisconosciuti e le regole del buon vivere, o dell'ipocrisia, non potevano essere rotte con tanta facilità. Loro ancora pensavano ad un mondo migliore possibile, su altri compagni non avrebbero di certo giurato. Molti avevano perso il gusto della verità, della ricerca e della lotta. Sembrava quasi che aver cambiato nome al partito avesse trasformato anche le loro menti, le loro idee. Pochi erano stati in grado di attualizzare il pensiero che li aveva guidati e guadati dal fascismo alla democrazia, incompiuta, limitata, ma pur sempre figlia di un anelito di libertà e di rivolta che sembrava sopito.

L'ora del pranzo era ormai passata ampiamente, Uomo si fece un altro caffè con qualche biscotto, dette uno sguardo ai giornali e si rituffò nella lettura. Avrebbe voluto sapere chi aveva scritto quelle poche frasi così apparentemente slegate dal contesto ma ancora tanto attuali.

La serata procedeva stancamente tra cibo e vino in abbondanza. Grassi scherzi e discorsi seri si alternavano con una quasi studiata regolarità, uno scherzo iniziato a destra del lungo tavolo finiva al capo sinistro del tavolo, Roberto tentava di estraniarsi, guardava i convitati e cercava, cosa non riusciva a comprenderlo. Mentre ancora si indugiava nei piaceri della tavola, si sparsero nell'aria le immancabile melodie della musica, ballereccia, come è ovvio e immancabile in certe occasioni. Caterina era particolarmente contenta che si aprissero le danze, aveva così poche occasioni di ballare per colpa di Roberto che non sapeva mettere due passi di danza di seguito e Roberto, a sua volta, era contento per lei, altre volte l'aveva vista ballare con amici e compagni, ma ora sentiva che era diversa. Aveva visto Caterina strana sin dal pomeriggio, la cura nel vestirsi, nel truccarsi gli sembrava diversa dal solito, il suo stare attenta a non sgualcire il vestito in macchina, la sua ritrosia alle sua avances "manuali" non l'avevano "soddisfatto". E che dire poi dell'atteggiamento tenuto prima, durante e dopo la cena? La sua spigliatezza, la sigaretta tra le labbra tenuta in modo diverso dal solito, il suo muoversi, il suo parlare sembravano tanti richiami. Non capiva, Roberto, per chi o se era solo una sua impressione dettata dalla gelosia che, latente, gli aveva sempre tenuto compagnia.
Roberto iniziava ad annoiarsi, sperava che il tempo passasse in fretta per poter tornare a Roma, ma all'improvviso la serata cambiò indirizzo. Non sapeva a quale titolo, ma era arrivata Ottavia.

Uomo si fermò, ogni volta che rileggeva lo strano racconto, gli sembrava di scoprire cose nuove, atmosfere e particolari che gli erano sfuggiti nelle precedenti letture. Chi aveva rimpastato lo scritto aveva tentato di dare una fluidità quasi romanzesca al testo. Aveva notato che più di qualche volta c'erano dei piccoli coup de teatre che risvegliavano l'attenzione. Era stanco, cenò e andò a letto più presto del solito.

lunedì 20 luglio 2009

l'uomo nuovo 11

Erano in pratica due turisti invernali che abbandonando la litoranea si spinsero verso l'interno della regione. Non pioveva e la luce dell'imbrunire donava sfumature particolari al panorama. Viaggiarono per pochi chilometri, abbandonando la strada principale verso un agriturismo aperto tutto l'anno, il servizio ristorante funzionava, evidentemente per i locali. erano abbastanza lontani dal Piccolo Borgo e dal Paese Grande, possibilità di incontrare conoscenti di Vedovella erano sinceramente poche. Il locale, posto su una collinetta dominava il panorama fino al mare che si intravvedeva, quasi si intuiva, in lontananza. Era abbastanza presto e nella sale ristorante non c'erano ancora avventori. Si sistemarono a un tavolo vicino all'ampia vetrata, anche al buio incalzante, rischiarato dai lampioni dell'agriturismo, si aveva una profondità, un senso di spazio aperto che apriva la mente. Si avvicinò una cameriera, sicuramente proveniente dall'Est, che in buon italiano illustrò il menù del giorno che Uomo e Vedovella avevano le migliori intenzioni di onorare, dall'antipasto al dolce.
Bastò una sola domanda di Uomo per dare modo a Vedovella di iniziare a parlare, le sue parole erano come un torrente di montagna pieno d'acqua che corre verso valle, saltando, rimbalzando e placandosi in rari momenti. Erano anni, troppi, che la ragazza non aveva modo di esprimersi in libertà. Forse non lo aveva mai fatto, abituata a convivere con la solitudine da troppo tempo. Il suo fu un racconto lungo, coinvolgente e, a tratti, straziante. Tra una portata e l'altra, parlando e mangiando senza soluzione di continuità la ragazza raccontò la sua vita.
"Qualcosa già la sai, non dirmi che in paese non ti hanno detto di me quando hanno saputo che avrei fatto i servizi nel tuo appartamento. Non so cosa ti hanno riferito e quanto di vero ci sia in quello che ti hanno detto, ma ti dirò ora la mia verità, la verità.
I miei genitori sono morti che avevo quindici anni, e di loro non voglio parlare, almeno non ora, e sono rimasta sola al mondo o quasi. Non sono finita in un collegio di suore perché una lontana parente di mia madre, che non aveva spazio, possibilità e voglia di accogliermi, si offrì però di farmi da tutrice a patto che non dessi problemi. Mantenni la promessa e in cambio ricevetti anche qualche piccolo aiuto economico che mi permise di andare avanti sommandoli ai pochi soldi che rimediavo facendo la servetta estiva nelle case dei villeggianti, cosa che faccio ancora oggi. Per onestà debbo dire che fino ai diciotto anni sono stata aiutata dai genitori del ragazzo che mi mise incinta, brigarono anche a livello di Tribunale dei Minori per far passare la soluzione proposta da mia zia. debbo anche a loro se non mi è mai mancato il minimo indispensabile per vivere. Pagarono anche il rifacimento del tetto di casa e l'acquisto dei pochi elletrodomestici che possiedo. Mi comprarono in pratica, mi pagarono per il silenzio, per non aver coinvolto il loro rampollo, per non aver detto chi mi aveva messo incinta. Tutto sommato non posso parlare male di loro, in fondo averebbero potuto abbandonarmi e basta, ma non erano cattivi, ricchi si, cattivi no.
Ormai non penso più al bambino, in fondo lui almeno avrà avuto una vita degna di essere vissuta, o almeno lo spero. Non l'ho mai cercato, gli causerei solo danni, ho solo voluto sapere, anni dopo, se era un maschietto o una femminuccia. Nessuno voleva dirmelo, solo la nonna, in un colloquio fatto di lacrime e dolore, me lo confidò. E' un segreto fra me e lei che ci unisce e che ci rende solidali anche nella diversità di classe che ci divide. Qualche volta viene a trovarmi, le offro un caffè, altro non avrei, mi porta qualche indumento usato e un po' di spesa. Sì, indumenti usati, la prima volta mi aveva portato vestiti nuovi, ma non li ho voluti, mi facevo il problema di come giustificarli, non volevo dare alle pettegole, e non solo, del paese la possibilità di parlare ancora peggio di me. Sta con me qualche ora seduta fuori casa a parlare e guardare il mare, in fondo penso che, a modo suo, mi voglia bene. So anche che suo figlio si è sposato, non ha avuto figli e che il matrimonio si trascina giorno dopo giorno verso una fine, direi, ingloriosa. A suo tempo fu l'avvenimento del paese, due giovani belli e ricchi che si sunivano portandosi dietro l'invidia di tutto il paese.
No, non sono stata né gelosa,né invidiosa. Sarebbe stato assurdo che pagasse anche lui un errore di gioventù, perché soffrire in due quando basta il sacrificio di una sola persona? Vendetta, no, mi dispiace, forse ha approfittato della mia ingenuità, ma in quel momento io mi fidavo di lui e gli volevo bene. Eravamo piccoli entrambi e forse lui non aveva avuto una educazione, e te lo dico ora che ho quasi trenta anni, sufficiente ad affrontare il rapporto con l'altro sesso.
I primi tempi che sono rimasta sola, vivere in quella casa grande, senza Pescatore e Lavandaia, era triste, specialmente d'inverno che non avevo nulla da fare se non ogni tanto andare a fare un poco di spesa nel Borgo.
Passavo l'inverno leggendo i settimanali che i turisti buttavano, i libri che lasciavano nelle case prima di andare via, ascoltando la radio e vedendo la televisione in compagnia della solitudine. In fondo non ci vuole molto ad abituarsi a stare soli, non serve nemmeno buona volontà. Se non hai nessuno stai da solo, basta. Conosco ogni singolo rumore di casa, rumori estivi e invernali, facci caso se ti capita, cambiano anche quelli con le stagioni. I mobili che scricchiolano, d'inverno per il freddo e l'estate per il caldo, tutto l'anno perché sono vecchi, il frigorifero quando parte, mi tengono compagnia, se all'improvviso non li sentissi più mi mancherebbero come degli amici che vanno lontani. No, non ho amici, posso solo immaginare il dolore e il dispiacere del distacco, mi baso su quello che ho letto. Sai, ho letto tanti di quegli Harmony che potrei scrivere anche io un libro d'amore. Purtroppo non è che i turisti lascino mai un libro che valga la pena leggere. debbo ringraziarti per quelli che leggo, leggo da quando sei arrivato.
Si, spesso ho avuto paura, specialmente i primi tempi e d'inverno quando di notte sentivo rumori che non capivo cosa fossero, ma, poi, a poco a poco, ho imparato a conoscerli, animali che passano vicino casa, spesso sotto la finestra, uccelli che arrivano e si posano sugli alberi, gatti randagi, in verità pochi, solo uno si è fermato per poco tempo, forse mangiava poco e è emigrato verso dosi più abbondanti di cibo. Più di qualche volta mi sono svegliata con il cuore in gola al rumore di qualche macchina che passava. Dopo la mia casa non c'è nulla, solo il mare che si raggiunge scendendo per un sentiero difficile di giorno figuriamoci di notte. Non capivo cosa venissero a cercare, rimanevo lì, seduta sul letto trattenendo il respiro. Dopo un po' il motore si spegneva, in lontananza, verso il mare, per tornare a farsi vivo dopo un'ora, forse due. Ho capito, poco alla volta, il perché di quei viaggi notturni.
Sì, qualche volta sono venuti a darmi fastidio, specialmente i primi tempi, ma ho subito chiamato i carabinieri, ce n'era uno che conosceva Pescatore, spesso usciva in barca con mio padre, che una notte si è appostato e li ha sorpresi, quei ragazzi presero un tale spavento che non si sono più fatti vivi.
Venderla? Sì mi è passato per la testa più di qualche volta, ma per andare dove? Nel Borgo? No, troppo poco quello che avrei ricavato e troppi pochi i vantaggi nel cambiare casa. La mia è grande, troppo per una persona sola, c'è anche un piccolo pezzetto di terra, mi avrebbero dato un appartamentino nel Borgo, insieme con tutti gli altri, a stretto contatto con quelli che hanno sparlato di me. No, sto tanto bene vicino al mare. C'è il telefono che in caso di bisogno, mi tiene in contatto con gli altri, ricevo solo qualche telefonata dalla vecchia zia, i cugini si può dire che non li conosco. Cellulare, dai, che dici, che cosa ci dovrei fare, chiamarmi da sola?
Sono abituata alla mia solitudine. Salvo poche eccezioni non mi sono mai spostata da casa e dal Borgo. Il mio mondo è piccolo, però mi basta. Per il momento lavorare per te ha già portato troppo scompiglio nella mia vita. Quando partirai tornerò nella mia quotidianità e i miei compaesani avranno qualcosaltro da dire sul mio conto".

Il locale si era svuotato, anche gli ultimi avventori, oltre a loro, si preparavano ad andare via. Tornarono alla macchina e piano, senza fretta, si avviarono verso casa di Vedovella. Uomo andò dritto, fin quasi alla piccola terrazza sul mare che aveva descritto Vedovella. Spense la macchina e scese, si avvicinò sul ciglio e si fermò a guardare il mare. La ragazza non scese subito, fu colta da esitazione prima che si decidesse. Si avvicinò a Uomo e guardò il mare anche lei. In lontananza si vedeva una piccola luce, forse un solitario pescatore, ancora qualcuno c'era. Ancora ricordi per Vedovella, una serata diversa, un misto di emozioni che non aveva mai provato, avere l'attenzione di una persona che l'ascoltasse non l'aveva mai avuta.
"Hai freddo?"
"Un poco."
"Andiamo."
Risalirono in macchina e percorsero i pochi metri che li separavano da casa, Scesero, Vedovella aprì, più che emozionata, la porta e si volse verso Uomo, questi si avvicinò, la portò verso di se e la baciò sulla guancia augurandole la buona notte. Vedovella entrò in casa mentre lui ripartiva, chiuse la porta e iniziò a piangere.
Era un pianto liberatorio, aveva avuto paura fino all'ultimo momento che Uomo potesse chiederle il conto della sua gentilezza, che potesse chiederle di ripagarlo delle attenzioni che le prestava. Era anche un pianto di delusione, forse sperava che Uomo non la considerasse solo una compagnia in un momento di solitudine visto che era lontano dalla sua città. Ma il fatto era uno, piangeva per un uomo. Non le era mai successo, nemmeno al tempo delle disgrazie.
Uomo tornava a casa con la testa gonfia di pensieri, aveva fatto bene, aveva fatto male, che avrebbe dovuto fare? Non era più abituato a frequentare una donna e di molto più giovane di lui. Sicuramente la trovava carina e interessante. Sicuramente più interessante di tante sue conoscenti di Roma, anche dell'età di Vedovella. Queste mancavano della spontaneità, della semplicità di rapporto che lei sapeva instaurare. Aveva paura di sbagliare, di offenderla.
Arrivò a casa, parcheggiò e andò subito a letto, non guardò nemmeno il televideo come era solito fare.

10 novembre venerdì

Si svegliò presto, non fece il caffè e si mise subito al computer, doveva accelerare i tempi. Non voleva pensare alla sera del giorno prima.
Di nuovo apparve Mara.doc

Il pensiero della figlia gli fece venire in mente particolari della loro vita e si soffermò sulle vacanze, come non ricordare in un momento di crisi tanto grave uno dei tanti momenti belli della vita in comune con Caterina. Erano sempre fonte di agitazione, e, successivamente fonte di scherzi e risate per i preparativi della partenza. Iniziavano almeno una settimana prima della data fatidica con la compilazione della lista di ciò che si pensava sarebbe servito. Tenda, sacchi a pelo, materassini, pentole e via via fino alle mutande. Un discorso a parte diventava la lista dei viveri, ogni volta sembrava che si partisse sulle tracce di David Livingstone a sua volta partito per cercare le sorgenti del Nilo. Pasta, olio, tonno, fagioli, caffè in quantità industriali, zucchero, sale e tutto ciò che passava per la mente che potesse essere utile alla permanenza nel posto di vacanza. La fase successiva, la visita al supermercato, era sempreun misto di divertimento e preoccupazione per i soldi che si pensava non sarebbero bastati vista la quantità di cibarie da acquistare. Se gli abitanti dei posti in cui si recavano in campeggio avessero saputo tutto quello che accadeva nella famiglia di Caterina e Roberto, sarebbero andati a trovarli per vedere chi potesse pensare che nel loro paese non si mangiava, non si facesse la spesa e non ci fossero negozi e supermercati. Anche per le medicine si faceva la lista. Compresse per i reumatismi, gastrite, aspirina come panacea di tutti i mali, lo spray per l'allergia, per la sinusite, la crema per i funghi, il cortisone, le pasticche per la diarrea, la crema per gli eritemi, e pensare che non erano ipocondriaci, ma solo eccessivamente prudenti. Insieme con le medicine finivano anche i soldi liquidi con cui si partiva. Erano tante le volte che si mettevano le mani nella borsa delle medicine che qualche estraneo avrebbe potuto pensare che fossero una famiglia di malati cronici, un lazzaretto ambulante. I ricordi delle vacanze non erano solo ricordi di piccoli vizi e piccole nevrosi, erano ricordi di scoperte, di gioie incommensurabili che solo un dipinto antico, una chiesa abbandonata e solitaria con il fresco dell'estate, un panorama incantato, un pasto in una trattoria sconosciuta potevano dare. E' vero si accontentavano di poco, si accontentavano di vivere.
Intorno a lui il mondo girava comunque. Nessuno si era fermato ad attenderlo, nessuno si era curato del cruccio, del suo stato d'animo che in nessun caso avrebbe fermato il corso del tempo, meno che meno del suo tempo. Cambiavano, in ogni caso, le stagioni, le ciliege primaverili avrebbero preso il posto dei cappotti invernali e gli autunnali cachi e castagne sarebbero subentrati, lasciando un momentaneo rimpianto, alle mezze maniche estive. Il tempo trascorreva suo malgrado.

Era difficile seguire la logicità degli avvenimenti narrati nelle pagine ritrovate nella libreria della sua nuova casa. A volte aveva l'impressione che fossero scritte da mani diverse, che stesse facendo un'unione di due testi ben distinti. Ma solo così riusciva a dare una logicità a ciò che leggeva e correggeva. Uomo si rese conto che Vedovella ancora non era arrivata, chissà se la ragazza ricordava che doveva andare tutti i giorni. Guardò l'orologio e si rese conto che era ancora troppo presto. Si alzò e si fece un caffè, cattivo, ma pur sempre qualcosa di caldo da bere.

Riccardo era immerso nei suoi ricordi, la mente vagava senza che seguisse un filo, più o meno logico, una traccia, un sentiero. Si ritrovò a ricordare i balli dell'adolescenza, i primi turbamenti nel sentire un corpo stretto nelle sue braccia che non fosse quello della madre, di un parente, di un amico. Ricordava il suo primo ballo e la canzone che girava sul giradischi, Let it be dei Beatles, una camera di un vecchio palazzetto, buia come da copione al partire della musica, con i ragazzi e ragazze tutti addossati alle pareti, imbarazzati a luce accesa. Come non ricordare le prove di ballo fatte con un amico per evitare di "pestare" troppo i piedi della ragazza che aveva accettato di andare a ballare con lui. Un vago senso di nostalgia lo prese, gli accadeva sempre più spesso, ripensò con tenerezza alla graziosa Lucia, anche un senso, dolce, di gratitudine lo pervase. Chissà se lei, un po' più smaliziata come solo le ragazze sanno essere, si era resa conto dell'imbarazzo di Roberto con le mani grandi ed impacciate che non sapeva dove mettere.
Dai recessi profondi tornarono a galla una musica e delle parole che una ragazza gli aveva cantato, ricordava il suo volto e il suo corpo che a quel tempo rifiutò ma non riusciva a richiamare alla mente il suo nome. L'aveva davanti agli occhi, rivedeva ancora la panchina, la siepe e i fiori dei giardinetti pubblici del suo quartiere, ma non era in grado di dare un nome alla persona, unica a quel tempo e anche dopo, che gli aveva fatto una dichiarazione d'amore tanto esplicita.
Anche il rimpianto si fece strada. Un sentimento che forse nessuno vorrebbe si facesse mai vivo. Rimpiangere che cosa, chi, se tanto non abbiamo il potere di tornare indietro nel tempo, questo tiranno che condiziona la nostra vita, i nostri affetti, le nostre attese, le nostre speranze, il nostro amore insomma, è lui il vero Dio. Un Dio non mistico, non amoroso, non vendicativo, tanto democratico che ci permette di fare tutto ciò che vogliamo, ma così tiranno che non ci permette di riparare i nostri errori.
Rammarico che comunque era lì, nelle fattezze ricordate di Rosalia, mai incontrata al momento giusto. cara amica di reciproche confessioni di amori desiderati e di amori finiti, cara amica della confessione contestuale di aver sbagliato i tempi per corteggiarsi l'un l'altro. Chissà se anche lei, qualche volta, avrà ripensato a quelle dolci parole dette con dispiacere ma con un fondo di affetto sincero. Dove era ora la ragazza che lo lasciò per volere dei genitori retrogradi reazionari bigotti? Chissà se almeno gli aveva voluto un po' di bene, aveva lasciato in lui un senso di dispiacere profondo per un comportamento che riteneva superato dal tempo.
Altre persone si affacciavano al balcone della memoria, tutte volevano uno spazio per vederlo passare, per salutarlo, per chiedergli di non dimenticarle, tutte gli avevano donato una carezza, un bacio, un sorriso. Per tutte, nella fantasia, ebbe una parola di rimpianto, di simpatia, di affetto. Il crollo del balcone fu improvviso e disastroso, in una frazione di secondo tutte scomparvero, anche quelle che ancora non erano riuscite a salutarlo, a vederlo e, tra esse, qualcuna aveva lasciato segni profondi che si erano trasformati in astio, chissà se sarebbero tornate a salutarlo. Sulla scena coperta da macerie, da autentica primadonna, rimase solo lei, con il suo sorriso vagamente trionfante, con il suo sguardo con un fondo di gelo e di supponenza che lo guardava, meglio, lo scrutava fino nel più intimo per cogliere le sue debolezze, Ottavia lo dominava, anche nei suoi incubi.

E non si avranno mai sufficienti lacrime,
e non si conosceranno mai abbastanza parole,
e non si useranno mai tutte le note,
e non si modellerà mai tutta la creta,
e non si colpirà mai tutto il marmo
per ricordare un amore.

La chiava girava nella toppa, era arrivata Vedovella.

venerdì 10 luglio 2009

l'uomo nuovo 10

Da quello che ormai considerava i suoi confini del mondo Uomo si aggiornava esclusivamente con il suo quotidiano e ciò che leggeva non lo lasciava tranquillo. Vedeva un paese in crisi, sempre più povero, sempre più egoista, chiuso in se stesso e chiuso verso gli altri, i diversi di colore, di fede, di idee o altro ancora fino ai diversi economicamente. Era veramente dispiaciuto della situazione, ma sapeva che più di tanto non avrebbe potuto fare per cambiare lo stato delle cose.
Prese il suo cellulare, acceso e muto salvo rarissime eccezioni, richiamò il numero dell'operaio che fungeva da responsabile dei lavori e si informò sull'andamento degli stessi. Prossimamente sarebbe dovuto andare nella capitale a buttare un occhio su ciò che accadeva nella sua futura casa.

9 novembre

Il risveglio di Uomo avvenne in maniera tranquilla e graduale con delicati raggi di sole invernale che filtravano ad illuminare la sua stanza. Rimase ancora un poco a letto, dopo essersi sistemato i cuscini dietro la schiena riprese a leggere Amado e il Brasile, le sue donne dai "sontuosi" culi, i suoi panorami, i suoi santi anomali del sincretismo. Amado, a lungo trascurato ma mai dimenticato. Fatta colazione, Uomo decise che non sarebbe uscito, anche se attendeva Vedovella per i mestieri, sarebbe rimasto a casa a dare una più approfondita letta al manoscritto. Più lo leggeva e meno lo soddisfaceva, qualcosa mancava ma non riusciva a capire, a prendere al volo quella sensazione di vuoto che si nascondeva nel racconto. Non era uno scrittore, non aveva mai corretto un testo così lungo, le cose più lunghe che aveva scritto erano state pallosissime relazioni tecniche. La sfida lo attraeva e lo spaventava. Ma, a forza di leggere, avrebbe capito quale era l'anello mancante e cosa fare poi del lavoro finito.
Ecco di nuovo apparire la cartellina gialla sul computer e sotto la piccola scritta Mara.doc. Era ormai un'amica, con cui confidarsi e confrontarsi. La pigrizia lo spinse a cercare su Youtube una playlist di musica, meno pulito il suono ma più comodo, scelse Bach.

Aveva finalmente pronunciato il suo nome, anche se solo a se stesso e nel chiuso del suo cervello, aveva iniziato a prendere coscienza che Ottavia era nella sua vita, una presenza che lo avrebbe condizionato per il futuro.
E' finita. Si era reso conto che le sue speranza erano cadute. Come un albero scosso dal vento che viene sradicato con violenza dalla terra, cade al suolo con fragore di rami che si spezzano, di foglie che si accartocciano, si staccano e si librano nell'aria come se un vento leggero le portasse lontano come messaggere di chissà quali pensieri, come un tronco che rovina con grande boato. Non importa quanto grande sia la pianta, se il vento è forte prima o poi cadrà. Così si sentiva dopo aver preso coscienza della nuova situazione. non riusciva a capacitarsi di come potesse ancora muoversi, lavorare, mangiare, dormire, insomma, vivere, semplicemente vivere.
Ricordò di occasioni di contatto fisico, di dolci carezze rubate, di carezze forse accettate malvolentieri. Il dolce viso nelle sue forti mani era come un uccellino caduto dal nido e accolto tra i palmi a conca per scaldarlo e proteggerlo. Le sue gambe piccole e benfatte, accavallate, che lasciavano alla fantasia il completamento della visione. Il seno, che poteva solo immaginare caldo, dolce e rassicurante, morbido, sfiorato casualmente e che gli aveva procurato sensazioni nuove. Le mani piccole piccole e curate da carezzare e intrecciare, scaldare e baciare come tutto il suo corpo minuto, soffice come una panna delicatamente dolcificata, goloso come il cioccolato, e lui era di una golosità spropositata. Non si sarebbe mai saziato dell'uno e dell'altro.

La chiave che girava nella toppa lo riscosse dalla lettura ed ennesima tornata di correzioni, limature e pensieri vaganti. Era Vedovella che entrava. La ragazza sapeva già che uomo era in casa, aveva visto la macchina parcheggiata al solito posto. Lo vide seduto davanti al computer e, sentendo la musica, andò con lo sguardo al piccolo impianto stereo che era spento. Uomo intuì il pensiero di Vedovella e le spiegò brevemente da dove venisse la musica. Messo il grembiule Vedovella per prima cosa fece un caffè, sicuramente più buono di quello mattutino, che bevvero insieme. Uomo la pregò, oltre che pulire, di occuparsi anche del pranzo e la invitò a restare con lui per dividere il pasto. La ragazza, arrossendo come suo solito, declinò l'invito, a malincuore ma pensò subito a ciò che avrebbero detto le malelingue. Prima di rimettersi a lavoro Uomo la guardò aggirarsi per il piccolo appartamento e non gli sfuggì che aveva smesso il suo vestito/divisa che tanto la deprimeva e, sotto il solito cappottino, indossava una gonna nera, non cortissima, e un maglioncino girocollo abbastanza attillato che non penalizzava il suo bel seno. Sorridendo nella sua testa riprese la lettura.

Le occasioni per incontrarla non erano molte, il più delle volte dovute al caso, per questo Roberto si era inventato tutta una serie di situazioni e argomenti per attaccare bottone. Aveva anche cambiato lavanderia, convincendo la moglie che quella abituale non era più affidabile da quando aveva cambiato gestione, portando i suoi indumenti in un negozio a lui sconosciuto ma vicino casa di Ottavia. Gli venne in mente Gianni Morandi e il famoso "fatti mandare dalla mamma" e gli spuntò un sorriso sulle labbra.
La vita è fatta di ricordi e di speranze. La nostra storia è il nostro futuro. Quanto gli piaceva questa frase. D'altronde aveva improntato tutte le sue letture al passato, credeva veramente che ricordare la storia dava la possibilità di affrontare il presente e il futuro con piena coscienza, con i mezzi adatti per il nuovo che comunque è sempre antico. Anche i corsi e ricorsi storici di vichiana memoria erano una sua passione, erano la sua speranza non politica. Non aveva mai accettato il tramonto delle idee che avevano guidato tutto il suo agire sociale dall'adolescenza in poi. La speranza che il comunismo aveva comunque un suo valore e che potesse essere realizzato era una idea di quelle che danno la spinta per affrontare la vita. Chissà se il ricordare situazioni e passioni giovanili rientrava in questa ottica. Sapeva benissimo che quello che stava vivendo non aveva agganci con la sua giovinezza.
Un prato, una stradina di campagna del quartiere di periferia dove era cresciuto, una ragazzetta tondetta anziché no. La prima volta che aveva una ragazza tra le braccia. L'emozione e la bramosia, la voglia e l'eccitazione non fanno riflettere gli adulti, figuriamoci un ragazzino di tredici/quattordici anni. Le mani correvano sul corpo, sembravano tanti tentacoli di una velocissima piovra. Non voleva dare tempo alla ragazzina di riflettere, di avere paura che qualcuno potesse vederli. Infine cedette e si fece trasportare dalla situazione nuova ed eccitante anche per lei. Il tempo sembrava dilatato, sembravano ore che erano sdraiati su quel prato. Con il passare dei minuti la cosa era rientrata nei canali normali di un rapporto tra bambini un po' più cresciuti. In periferia si cresceva più in fretta, si scopriva il mondo e i suoi vari aspetti con maggiore velocità rispetto ai figli della classe media, seguiti, controllati e tenuti a bada. Casualmente lui, il piccolo Roberto, alzò gli occhi e vide un suo coetaneo che li scrutava con occhietti liquidi e curiosi. Lo conosceva, vedeva tutti i giorni, quando andava a scuola, a giocare a pallone, praticamente sempre. La prima reazione di lei fu quella di alzarsi e ricomporsi come una vera signora, anche se della signora non aveva nulla. Il suo fu un perentorio e fulminante "Che cazzo vuoi?" Il ragazzino borbottando si allontanò. Tutti e due, Roberto e la sua ragazzetta, erano certi che entro mezzora, forse anche meno, come per tutte le cose che accadevano nel quartiere ancora strutturato come un piccolo paese, i rispettivi genitori avrebbero saputo tutto, possibilmente con qualche particolare piccante inventato di sana pianta.

Vedovella bussò timidamente sulla porta aperta, lo aveva visto così preso a leggere e picchiare sui tasti del computer che aveva svolto le sue faccende nella maniera più silenziosa possibile, per avvertire che il pranzo era pronto. Uomo si riscosse, alzò il viso, sorrise e disse: "E' apparecchiato solo per una persona e noi siamo due". Vedovella, questa volta con tutte le ragioni del cuore e della mente arrossì violentemente, girò sui tacchi e rimagiandosi ciò che aveva detto in precedenza, si affrettò a mettere in tavola un altro coperto. Pensando che Uomo avesse tanto da fare, aveva cucinato in abbondanza per lasciargli anche la cena pronta. Consumarono tutto a pranzo. Pranzo silenzioso a tempo di musica leggera, non poteva sempre ammorbarla con musica classica, trasmessa da una radio locale. Un altro caffè, nuovi servizi da fare mentre Uomo si rimise al computer.

Da tempo i suoi compagni di vita più cari erano i ricordi, non sempre gradevoli, dell'infanzia, dell'adolescenza e, via via, fino a quelli dei giorni, delle ore appena trascorse. Cercava in essi quelle certezze che danno la forza per affrontare la vita, sia essa quotidiana che ideale e sentimentale. La lontananza di Caterina, sua moglie, si protraeva da giorni. Le esigenze lavorative da lei accampate per assentarsi lo lasciavano dubbioso. Il tarlo della gelosia si faceva strada nella sua mente e lo disturbava, nel contempo si rendeva conto che se il caso gli dava una mano, lui non avrebbe esitato un attimo a tradire la moglie, ma non per un'avventura di un'ora o di un giorno, sarebbe stato capace di abbandonarla, di rinunciare a tutto ciò che avevano costruito insieme. Con fatica, con sacrifici, con amore e passione. Ad una sola cosa non avrebbe rinunciato mai, alla figlia. Ma non in quanto sangue del suo sangue, come si usa dire con una espressione di una volgarità senza pari che toglieva a quei dolci esseri la dignità di persone autonome e pensanti di cui i genitori non sono altro che un incidente di percorso.

Il testo aveva dei salti logici, i ricordi di Roberto non erano piani e conseguenziali e Uomo non riusciva a tessere e unire il tutto in un unico tappeto colorato. Rimanevano dei buchi, delle macchie nella tessitura che non poteva riprendere non essendo a conoscenza degli avvenimenti di molti anni prima.
Si rese conto che Vedovella non lo aveva salutato e nemmeno aveva sentito la porta di casa chiudersi alle spalle della ragazza. Infatti non era andata via, era li, seduta al tavolo che leggeva il suo libro, il "suo" Metello tranquilla e rilassata come potrebbe fare chi si sente padrona di casa. Uomo si alzo, le andò vicino con passo leggero e le pose le mani sulle spalle, un gesto di tenera natura che fece alzare il viso di Vedovella verso Uomo, un viso sorridente nella bocca e negli occhi.
Il pomeriggio si avviava verso la sera come è naturale che sia, Uomo, che aveva spento il computer con un'idea in mente, disse alla ragazza: "Andiamo, questa sera si mangia fuori, immagino il pesce ti piaccia e se così non fosse, mangerai ciò che ti piace. E non preoccuparti dei tuoi compaesani, prima o, poi la finiranno di malignare".
Vedovella non divenne rossa, si emozionò, non lo poteva negare, ma non avvampò. Chiese solo il tempo di rinfrescarsi. Uscirono che appena imbruniva, il bar/alimentari/tabacchi ecc. era aperto, i coniugi che lo gestivano erano sulla porta e girarono la testa con un solo movimento, quasi fossero sincronizzati, all'uscita di Uomo e Vedovella che si avviavano verso la macchina. Salirono e andarono a cena, dove non lo sapevano neanche loro. Lei non frequentava locali, come si è capito, e lui non li conosceva. Il caso li avrebbe aiutati.

martedì 30 giugno 2009

l'uomo nuovo 9

Uomo spense il computer, dette la buona notte a Roberto e Ottavia e andò a letto, così come Vedovella e Cameriere.

8 novembre

Cameriere si alzò presto, come tutti i giorni dell'anno, anche quando non aveva nulla da fare, mise su la caffettiera, scaldò il latte, tirò fuori i biscotti e attese l'arrivo della moglie. Si sedettero al tavolo di cucina per rispettare il rito mattutino che andava avanti da oltre dieci anni. Tutto sommato buoni anni, con difficoltà use a tutte le famiglie, ma buoni anni. Di certo non si pentiva della sua vita, a parte l'aver studiato poco e male, per il resto era un onesto lavoratore che trovava il modo di portare a casa qualche soldo anche l'inverno quando persino i cani randagi sparivano dal paese. Sua moglie, come tutte le donne del paese, lavorava solo d'estate. Faceva i servizi, come si dice ora, una volta si chiamavano serve e, se giovani, servette. Sicuramente Moglie non si sentiva tale, figlia di agricoltori cresciuta con l'idea che tutti siamo uguali e che a non tutti vengono date le stesse possibilità, loro rientravano in questa categoria. Anche Moglie spesso ripensava alle sue scelte, quella forzata di abbandonare la scuola, quella di sposare quel giovane sfacciato che tanto l'aveva corteggiata al punto di far cedere lei e la sua famiglia. In fondo era belloccio, sveglio, serio e divertente allo stesso tempo. E come non si era pentita lei non si erano pentiti i suoi genitori. Un solo cruccio li avvolgeva, la mancanza di figli, ma siccome non erano gretti e chiusi di mente non si erano fatti condizionare dall'evento. Un po' con rassegnazione, un po' con una segreta speranza, dato che ancora non erano tanto vecchi, lei trentasette anni e lui trentanove, che chissà per quale motivo potesse prima o poi arrivare un bambino, meglio se bambina. Nello stesso tempo sapevano che la scienza non lasciava loro speranza, ma cullarsi in un sogno non lo si può negare a nessuno e loro questo facevano, si cullavano nel sogno del diventare genitori.
Cameriere terminata la colazione uscì come al solito per andare a controllare le "sue" villette e appartamenti. Se le era divise scientificamente per avere da fare tutta la settimana, domenica esclusa, poco ogni giorno ma tutti i giorni. Moglie, prima di rassettare la cucina e la casa intera, si dedicò ai pochi animali domestici che avevano. Iniziò dal gatto che attendeva pazientemente fuori dalla porta, ancora addormentato sullo stuoino di vimini. Era un bel gatto, un gattone, rosso con il petto bianco, un animale di una dolcezza unica, prima di mangiare chiedeva e voleva la sua razione di coccole e poi andava alla ciotola piena di croccantini misti ad avanzi della cena del giorno prima. Moglie spariva poi nel piccolo pollaio posto nel retro della casa ad accudire le poche galline, quattro, che tenevano. Un poco d'acqua, resti della cena anche per loro misti a granturco, la semola impastata sarebbe toccata loro nel pomeriggio. Pulizie di casa a radio accesa e cucinava il pranzo così la mattina volava via in attesa del ritorno di Cameriere dal suo giro di guardiano-giardiniere-manutentore.
Il ritorno di Cameriere era a suo modo una festa. Nonostante le difficoltà della vita non perdeva il suo buonumore, riusciva a trarre sempre qualcosa di divertente da raccontare a Moglie dai suoi giri mattutini, sapeva rendere interessante anche la vista dei gatti di strada o della vecchina che si lamentava del tempo, cosa che faceva sempre, d'estate il caldo e d'inverno il freddo, avrebbe continuato a lamentarsi ancora per anni. Sapeva raccontare Cameriere, andava avanti tutto l'inverno con aneddoti che aveva memorizzato dall'estate. Finito il pranzo, con il caffè da lui preparato, raccontò a Moglie la storia di Uomo, del suo andare e venire da non si sa dove, del suo caffè mattutino e del giornale sportivo lasciato al bar. E raccontò anche di Vedovella che da Uomo andava a fare le pulizie. Non poteva tacere del giorno precedente quando erano usciti di casa insieme e insieme erano saliti in macchina. Ma nessuna malizia era insita nelle sue parole. Era più una comunicazione che raccontare un fatto curioso e una piccola maldicenza come ce ne sono tante nei paesi. Moglie ascoltava attenta anche perché i personaggi non le erano sconosciuti.
Vedovella la conosceva da quando era piccolina, e ricordava bene la sua tragedia e ricordava anche che all'epoca aveva tentato, lei giovane donna di poco più di venti anni, di starle vicina, di offrirle il suo appoggio e la sua amicizia. Vedovella aveva però tirato su un muro di difesa impenetrabile per difendersi dal mondo esterno, mondo che comprendeva anche chi non la giudicava e men che meno la condannava, Moglie era tra le poche persone che non emisero alcun giudizio ma faceva comunque parte di quell'universo chiuso e bigotto e in quanto tale fu estromessa da subito dal mondo di Vedovella. I loro rapporti si erano ridotti al semplice saluto quando si incontravano o a uno sporadico scambio di parole estivo quando si incontrano per andare a fare i "mestieri". Anche Uomo era per lei conosciuto. Aveva iniziato a vederlo il giorno stesso in cui era arrivato nel borgo. Stava scaricando il suo poco bagaglio dalla macchina, con calma ma in fretta, sembrava avesse paura che qualcuno potesse offrire un aiuto e lui fosse costretto e rifiutare. Lo aveva visto ancora per giorni uscire di casa mentre lei entrava in quella dei villeggianti che le davano lavoro. A lei sembrava un bell'uomo, piacente anzichè no.
Parlarono ancora a lungo di Uomo e Vedovella per andare poi ad accudire le galline prima che scendesse sera.

***
Il sole, appena sorto, batteva sulle imposte della casa di Vedovella, non sulla sua camera, ma su quella dei genitori che non avevano più la possibilità di godere di quel piccolo beneficio, anche per i poveri c'è qualche privilegio perché il sole non chiede a nessuno se vuole essere illuminato o scaldato e lo fa indistintamente per tutti. Dormendo con le porte aperte, meno quella del bagno, Vedovella fu svegliata dal chiarore che invadeva piano piano la casa. Era ormai rassegnata a svegliarsi con il sorgere del sole perché non aveva soldi a sufficienza per riparare finestre e imposte e non voleva di certo mettere delle tende nere per non far filtrare la luce. E nemmeno poteva dormire con le porte chiuse, non lo aveva più fatto da quando era rimasta sola,voleva la porta aperta come quando era piccola e poteva chiamare sempre Lavandaia o Pescatore quando faceva un brutto sogno. La sua era una porta aperta su una famiglia che non aveva più.
Non avendo lavori da fare fuori casa se non pulire il piccolo appartamento di Uomo a giorni alterni, amava poltrire a letto per un pochino di tempo.Cercò, allungando la mano verso il povero comodino, Metello e riprese la lettura interrotta il giorno precedente all'arrivo di Uomo. Sentì un lieve rossore imporporargli il viso, aprì il libro e iniziò a leggere.

Quinto accese la pipa e disse: "Stammi a sentire. Dianzi, appena sveglio, la mia donna ha preso a rappresentarmi il problema dei topi. Ci si aveva un topo in casa che secondo lei non ci lasciava dormire. Aveva messo la trappola e tutte le volte il topo s'era mangiato anche il cacio. Mentre lei me ne parlava, la mia figliola le ha detto: . Hanno spostato il cassettone, il topo è venuto fuori e la mia figliola con la granata lo ha fatto secco".
Quinto sorrise, aveva uno sguardo di bontà e di fuoco dentro gli occhi, era un uomo già anziano e tuttavia sembrava un giovanotto che si burlasse, con non celata soddisfazione, di una persona in là con gli anni e lenta di cervello. Disse: "E' una parabola, no? Non sei mai stato a messa? Tra poco, non dubitare, legalitario oggi, legalitario domani, il tuo Turati ti consiglierà anche questo".

Vedovella, stesa sul letto con la sua camicia da notte e sotto una leggera coperta, era novembre ma la temperatura, anche se pioveva, era mite, lasciò andare la sua testolina. I pensieri camminavano da soli, non sapeva chi era Turati e non comprendeva a fondo ciò che diceva Quinto, era come se un qualcosa delle sue parole le sfuggisse. Aveva compreso che Quinto, a suo modo di vedere, metteva sull'avviso i compagni di lavoro nel non cedere troppo nel modificare i propri pensieri, ma sembrava che le sfuggisse il concetto. Avrebbe voluto parlarne con Uomo che sicuramente poteva toglierle i dubbi, ma la vergogna era troppa solo a pensare di chiedere una spiegazione. Riprese la lettura e infine si alzò. Un caffè, un biscotto e poi si chiuse nel bagno.
Ma a noi le porte chiuse non impediscono di entrare con lei. Tappò la vasca e aprì l'acqua calda, il vapore iniziò a spandersi nel bagno e ad appannare lo specchio. Nel frattempo si era tolta la camicia da notte mostrando un seno sodo e abbondante e una pelle liscia e bianca. Si immerse nell'acqua e ... un po' di privacy, per bacco! Uscì dal bagno nuda, attraversò la stanza d'ingresso/pranzo e andò in camera a vestirsi. Sì, i vestiti che aveva non le rendevano merito.
Passò il resto della giornata rassettando, leggendo, cucinando. Il pomeriggio, prima che imbrunisse, era arrivata sulla spiaggia, il mare era leggermente mosso e piccole onde si frangevano sulla sabbia, d'estate oltraggiata da turisti irrispettosi. Raccolse un paio di buste di plastica rigettate dal mare e torno alla sua casetta.

***
Uomo si svegliò tardi, amava poltrire a letto se non aveva nulla da fare. Il tempo non gli permetteva di andare al faro, si alzò un po' contrariato, non aveva voglia nemmeno di farsi il caffè. La sua avversità non era dovuta al tempo ma non sapeva nemmeno la causa. Uscì e, per la seconda volta da quando era al borgo, si recò al baretto per fare colazione. Il caffè diluito nel cappuccino faceva meno schifo di ciò che ricordava. Acquistò i soliti due giornali, fece un minimo di spesa, comprese le sigarette e tornò a casa.
Trascorse la giornata in ozio totale, Vedovella domani avrà qualcosa da fare- pensò, giornali, libri, musica e televisione. Niente computer e meno che mai Mara.doc.

sabato 20 giugno 2009

L'uomo nuovo 8

Uomo riprese la lettura del manoscritto a cui aveva tentato di dare una sequenza temporale e un filo logico. C'era voluto del tempo e ancora non era soddisfatto del lavoro compiuto. Solo colei che gli aveva venduto casa avrebbe potuto dargli una mano a ricomporre i pezzi di quella storia, ma Mara, così si chiamava la precedente padrona di casa di Roma, non ne voleva nemmeno sentire parlare. Sembrava che la cosa la riguardasse direttamente e appena uomo le aveva accennato della possibilità per telefono e poi per mail, Mara, appunto, aveva troncato bruscamente il discorso.

Un giorno di ottobre dall'agenda di Roberto.
I giorni passano, l'alternanza di stati d'animo mi distrugge. Mi trovo a pensare a te nei momenti meno opportuni. Spesso mentre mi parlano la mia mente vaga lontano. Mi macero l'animo e il cuore.

Il tempo non passava mai, la sua attesa era continua, eterna. nemmeno lui sapeva cosa dovesse accadere. Attendeva gli eventi, non si preparava, non li temeva, forse neanche li voleva vivere, ma la cognizione del reale l'aveva ormai persa da tempo. A volte si trovava a pensare a luoghi comuni sentiti migliaia di volte, mai aveva pensato a quanto fossero insulsi. "Ti comporti come un liceale", perché i liceali sono più stupidi, più intelligenti, amano in modo diverso, pensano con più intensità, vivono con più consapevolezza, sono bruciati più ardentemente dalle passioni, sono, insomma, diversi da un qualsiasi commerciante, impiegato, casalinga, contadino, scaricatore di porto, da qualsiasi essere con un cuore e un'anima? Forse quando si è giovani si apprezza di più un tramonto sul mare, un fiore che sboccia, la luna che sorge, il viso di una donna, una carezza sul seno? Mentre Roberto pensava, il disco andava, le note riempivano la stanza e il suo cervello oltre che il suo cuore. La musica lo riportava agli anni passati, alla gioventù, neanche tanto lontana o così voleva credere ora.
Era davanti a lui. La vedeva, se avesse voluto avrebbe potuto toccarla accarezzarla, parlarle. Si limitava a scrutarla attentamente, ricercava in lei un qualsiasi cambiamento di umore, atteggiamento, vedeva i suoi capelli neri, lunghi e belli, avrebbe voluto affondare le mani in quel soffice vello, scendere fino al collo, toccare la sua pelle, morbida e profumata. La musica si era fatta più incalzante, la maestosità dell'orchestra si spandeva nell'aria e riempiva tutti gli spazi vuoti della casa e del suo essere. Avrebbe voluto sollevarle la testa, guardarla negli occhi, parlarle con i suoi occhi, infonderle un po' del suo amore muto; quante parole possono dire gli sguardi. Tante erano state le donne che aveva conosciuto, ma in quel momento sentiva che una come lei non avrebbe avuto più il tempo di incontrarla. La sua mano si tese, il suo respiro si fece più affannoso, l'ansia della reazione di lei stava per prendere il sopravvento ma non poteva tirarsi indietro, la musica si era fatta ossessiva, gli spaccava i timpani o erano i battiti del suo cuore che lo devastavano, la sua mano era sui capelli di lei. Stava realizzando quello che aveva sognato da mesi. Il terrore si era impadronito di lui. Il terrore di un rifiuto.
Il telefono squillò, il trillo si confondeva con la musica, due tre volte, dovette aprire gli occhi, da parte di lei non c'era stata reazione, non poteva essere altrimenti, come i liceali aveva sognato a occhi aperti. La stanza era desolatamente vuota, solo la musica e il suo sogno. Si alzò e rispose al telefono. Era lei, il suo incubo, erano giorni che non la sentiva. Non aveva trovato nessuna scusa plausibile che giustificasse una sua chiamata e ora era lei farlo. Si rendeva conto che non poteva continuare ad andare avanti con piccoli sotterfugi e la segreta speranza di incontrarla per strada, sui mezzi, nei negozi nelle vicinanze di casa. "Ciao, come stai? E' parecchio che non ci sentiamo". La voce di lei aveva quel particolare timbro che Roberto ben conosceva, era una continua provocazione, squillante, gioiosa e fresca. La conversazione si prolungò stancamente, era stato preso alla sprovvista e l'emozione pareva gli avesse bloccato la capacità di articolare pensieri compiuti. La timidezza e l'emozione gli avevano impedito di portare il discorso su ciò che lui voleva, parlare di loro due, del loro rapporto che non era chiaro. Roberto sapeva benissimo che lei era a conoscenza dei suoi sentimenti, una donna non si lascia mai sfuggire nulla che la possa riguardare, sembrava che godesse del suo imbarazzo, del suo amore. Rimase addosso al muro per un paio di minuti. Aveva perso un'occasione. aveva tanto sperato di parlarle al punto di sognarlo, avrebbe voluto renderle noto quello che lei già sapeva.
Che cosa era che lo spingeva verso Ottavia?

domenica 7 giugno 2009

L'uomo nuovo 7

Vedovella chiuse la porta e, a differenza di ciò che si vede nei film, non si appoggiò con le spalle alla porta stessa. Aveva il cuore in tumulto e il cervello che girava vorticosamente. Aveva vissuto una giornata "normale", come avrebbe sempre voluto. A volte basta poco per far felice una persona. I suoi pensieri vagavano e rimembravano le frasi dette durante il pasto, ripensava alle cortesi sollecitudini di Uomo che la invitava a rimanere nella sua casa per il tempo che voleva, dopo aver portato a termine i lavori domestici, per leggere libri e ascoltare musica. E questo era uno dei motivi per cui aveva avuto paura che Uomo entrasse nella sua casa. La paura che potesse vedere quanti pochi erano i libri che lei aveva. Avrebbe dovuto giustificarsi spiegando che i pochi soldi che riusciva a mettere insieme l'estate servivano a mantenerla, sulla soglia della povertà, tutto l'inverno e non poteva permettersi il lusso, come cambia il parametro del lusso, di comperare libri. Aveva paura, la parola era esatta. Paura mista a vergogna, perché i poveri provano sempre imbarazzo per la loro situazione anche se onesti, puliti e intelligenti, sentimenti che non albergano nel cuore e nella testa dei ricchi, che non riguardano i loro immorali comportamenti. Un sentimento strano, indescrivibile che conosce solo chi lo ha provato, chi si sente, suo malgrado, sotto lo sguardo e il conseguente giudizio degli altri. Vedovella non era stupida, queste cose le aveva già provate e, con i suoi mezzi, analizzate ma non ne veniva fuori.
Vergogna di far vedere la sua povera casa, avuta in eredità dai genitori, poveri anch'essi e poveramente morti, Pescatore inghiottito dal mare e Lavandaia stroncata da una vita di sacrifici che le aveva sfiancato il cuore ancora giovane. La casa, ai margini dei margini del piccolo borgo, Vedovella non sapeva come fosse di proprietà della sua famiglia. Guardandola e riguardandola nelle lunghe giornate invernali che non sapeva come occupare, la ragazza era riuscita a capire l'originaria composizione. All'inizio doveva essere stata una unica stanza, con quale uso non era in grado di dirlo e fare ricerche al catasto per capire non era il suo primo pensiero. Da questa stanza, posta a circa tre metri dal ciglio stradale, era partita la successiva espansione, se cosí' si può dire, dell'abitazione, ma chi la realizzò Vedovella non ha mai avuto il tempo di chiederlo ai suoi genitori.
Nella stanza d'ingresso si aprivano tre porte, quella di destra portava alla camera da letto dei genitori, arredata con un antico letto in ferro battuto, un comò con specchiera, due comodini e un vìs a vìs anch'esso con specchio. Non c'erano quadri, non c'era nient'altro. La stanza a sinistra doveva essere stata la cameretta di Vedovella bambina e adolescente, visto che la giovinezza l'aveva saltata diventando all'improvviso donna. C'era un letto singolo con accanto un comodino, una scalcagnata scrivanietta sicuramente riciclata e una piccola libreria ordinatissima dove, disposti perfettamente, erano conservati i libri di scuola e qualche romanzo, piú di qualcuno piuttosto malridotto come se fossero stati salvati da una brutta fine, ripescati da posti dove non dovrebbero stare i libri. Qualcuno era riparato con del semplice scotch, altri avevano la costa fatta da strisce di stoffa bianca, probabilmente ricavate da vecchi lenzuoli o federe di cuscino incollate con precisione, quasi maestria. La terza porta, di fronte a quella d'ingresso, dava nel bagno, una grande stanza a sua volta divisa in due locali separati da una porta di compensato che nelle intenzioni doveva essere provvisoria ma che era diventata permanente. Era una sorta di sgabuzzino, ammonticchiate c'erano reti da pesca ormai antiche, lampade a petrolio, stivaloni di gomma e altre cose che erano state di Pescatore, le uniche cose rimaste di suo padre. Nulla c'era di sua madre, d'altronde cosa poteva conservare, forse gli stracci con cui aveva lavato migliaia di metri quadri di case altrui? O gli indumenti e la biancheria, con cui avrebbe potuto rivestire tutti i monumenti d'Italia facendo morire d'invidia Christo che impacchettava monumenti a pagamento? O poteva conservare gli ettolitri di detersivi liquidi, principalmente candeggina, di cui odoravano le sue mani quando tornava a casa stanca la sera, o quelli in polvere che le mani gliele bruciavano prima che cominciasse ad utilizzare i guanti di gomma? No, di sua madre poteva conservare solo il ricordo e quel persistente profumo, per lei era un profumo, di candeggina.
La stanza d'ingresso, che Uomo aveva solo intravisto, era quella dove si svolgeva la vita di Vedovella, principalmente nei mesi invernali. Solo qui si vedeva qualcosa appesa alle pareti, non erano quadri, nemmeno quello solito del vecchietto con la pipa che si vendeva in tutti i mercati di paese, ma fotografie dei genitori. Vicino il vecchio televisore si nascondeva un'altrettanto vecchia radio che teneva compagnia alla ragazza con le canzoni di successo trasmesse da una emittente locale. Tutte le stanze avevano una finestra di eguale grandezza posta al centro della parete più grande e tutte alla stessa altezza da terra. Di certo i lavori non erano stati fatti su disegno di un architetto o un ingegnere, nemmeno un geometra. Probabilmente la casa si era ingrandita con il lavoro del nonno e di Pescatore. Come la strada era a tre metri, anche i confini degli altri appezzamenti erano alla stessa distanza, si capiva dai resti dei muretti a secco. Vedovella, riacquistata la calma, guardandosi intorno si rese conto che non aveva nulla di cui vergognarsi, la sua era una dignitosa casa di orfana senza mezzi economici, ordinata e pulita